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Psicologi Psicoterapeuti Torino
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Centro di Psicoterapia

Dipendenza normale e patologica

L'essere umano è essenzialmente dipendente dall'Altro nell'amore, negli affetti e nel perseguimento dei propri obiettivi. La sua sopravvivenza dipende dall'aria, dall'acqua, dal cibo e da innumerevoli oggetti. Quando, allora, la naturale dipendenza umana finisce di essere normale e si trasforma in un vincolo che distrugge la vita?
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Quello di dipendenza è un concetto complesso, che coinvolge aspetti sia individuali che sociali.

Di solito, parlando di dipendenza, si pensa all’alcool oppure alle sostanze stupefacenti. In realtà sono molteplici gli oggetti verso cui l’individuo può sviluppare una dipendenza, ad esempio internet, la televisione, il cellulare, vari tipi di gioco con o senza una posta in denaro, il cibo.

Cosa intendiamo per dipendenza?

Possiamo definire la dipendenza come l’impulso irrefrenabile verso un particolare comportamento che crea un’abitudine ripetitiva e consolidata a cui il soggetto non può sottrarsi.

Lo sviluppo di una dipendenza influenza in modo profondo e spesso drammatico l’esistenza delle persone, incidendo sull’immagine e la percezione di sé, sulle relazioni, sulla vita lavorativa e sociale.

Tipologie di dipendenze:

Esistono vari tipi di dipendenza, che possiamo distinguere in base all’oggetto di dipendenza:

Dipendenza da sostanze:

  • farmaci
  • sostanze stupefacenti
  • alcool (alcolismo)​​​​​​​​​
  • tabacco (tabagismo)

Dipendenza da comportamenti:

  • Comportamenti legati al sesso
  • cibo
  • gioco d’azzardo
  • lavoro
  • atti illegali (rubare, incendiare, ecc..);
  • shopping compulsivo
  • atti sessuali compulsivi (esibizionismovoyerismo, ecc.)
  • dipendenze tecnologiche (internet, cellulare, videogiochi, televisione)

Dipendenza affettiva

Esiste anche un altro tipo di dipendenza che non si rivolge verso oggetti, ma verso relazioni, e che viene denominata dipendenza affettiva. L’individuo può essere morbosamente legato ad una persona senza la quale si sente perduto. Può essere il proprio partner, ma anche un genitore o un figlio.

Dipendenza normale e patologica

Dipendenza normale

E’ importante chiarire che la dipendenza di per sé non è patologica, ma qualcosa che caratterizza profondamente l’essere umano.

Come tutti gli altri mammiferi, agli albori della vita siamo del tutto dipendenti dalle cure dei nostri genitori o, in loro assenza, da un adulto che ne faccia le veci, senza il cui sostegno non potremmo sopravvivere e crescere. Come tutti gli animali sociali, siamo dipendenti dalla collettività, dai gruppi nei quali siamo inseriti e dove svolgiamo la nostra vita.

La mente relazionale

La mente umana è intrinsecamente relazionale: senza relazioni con gli altri, il sé tracolla. Le relazioni affettive sono un elemento sostanziale della vita e l’amore implica sempre una certa quota di dipendenza perché si fonda sul bisogno profondo dell’altro, sul desiderio di stare insieme a lui.

Gli oggetti culturali

Non solo le persone, ma anche gli oggetti che ci circondano nella quotidianità sono fonti di dipendenza. Oggi, senza accendino e carbonella quasi nessuno di noi sarebbe in grado di accendere un fuoco e, se perdiamo il cellulare, ci sentiamo disperati. Gli strumenti prodotti dalla nostra storia culturale sono così profondamente inseriti nella vita di tutti i giorni da costituire per noi dei prolungamenti quasi naturali, senza i quali non saremmo più in grado di vivere. Siamo a tal punto dipendenti da essi che spesso si ha l’impressione che siano loro i veri soggetti dell’azione, con noi alle loro dipendenze.

Dipendenza patologica

Non è semplice marcare il confine tra dipendenza normale e patologica, come in generale non è mai possibile tracciare un limite perentorio tra normalità e patologia. Quando l’utilizzo del cellulare finisce di essere un uso giustificato e inizia a diventare esagerato? Qual è il confine tra uso libero e uso coatto di un oggetto? E’ evidente che non esiste una risposta assoluta.

In generale, parliamo di dipendenza patologica quando il soggetto è così irretito dall’oggetto e spinto compulsivamente a ricercarlo da perdere di vista sé stesso, il proprio benessere, i propri obiettivi vitali, i sentimenti delle persone a lui care.

L’individuo dipendente è spinto in modo irrefrenabile a fruire dell’oggetto della propria dipendenza, in un clima emotivo di compulsione e perdita di controllo. Il desiderio incontrollabile e impulsivo per l’oggetto è denominato craving ed è un elemento distintivo delle dipendenze patologiche.

Psicodinamica della dipendenza patologica

Da un punto di vista psicodinamico le varie dipendenze, da quelle incentrate su sostanze o comportamenti (internet, videogiochi, gioco d’azzardo, sesso) a quelle che riguardano le relazioni, hanno una matrice comune depositata nella mente inconscia dell’individuo, nella sua emotività profonda.

I soggetti dipendenti hanno spesso alle spalle esperienze precoci di separazione, solitudine, vuoto entro contesti familiari incapaci di regolare gli affetti del bambino, placando le sue angosce attraverso sentimenti di vicinanza e di protezione. Emozioni disregolate e schemi relazionali disadattivi si fissano nella mente del bambino, imponendo all’individuo l’utilizzo di strategie difensive inefficaci e patologiche – tra le quali la dipendenza da oggetti esterni – per cercare di regolare stati di angoscia estrema, senso di frammentazione e annientamento interiore.

Dipendenza da oggetti

I rifugi della mente

E’ probabile che la motivazione fondamentale che sostiene comportamenti di tipo dipendente sia la ricerca di piacere sensoriale, di euforia o comunque di stati di coscienza alterati in grado di alleviare sentimenti intollerabili. In particolare per quanto riguarda le sostanze illegali, il consumo si associa al ritiro in un luogo isolato e ad una serie di rituali di ricerca e utilizzo dell’oggetto. In questo modo il soggetto costruisce una specie di mondo parallelo, una vita segreta e luoghi nascosti dedicati al consumo. Tutto ciò, insieme allo stato alterato di coscienza, consentono una temporanea sospensione della realtà, un rifugio della mente in cui l’individuo si può rifugiare.

Le forme di rifugio in luoghi lontani della mente sono molte. C’è chi si alza di notte e, nel buio e nel silenzio, ingurgita grandi quantità di cibo e in seguito, chiuso nel bagno lontano da sguardi esterni, vomita fuori tutto ciò che ha ingerito. Chi precipita in un videogioco, perdendo la sensazione del tempo che passa. Atri bevono seduti in un bar oppure da soli in casa, parlando coi propri fantasmi. Altri si masturbano in modo compulsivo.

Lo stato dissociativo

I comportamenti dipendenti sono agiti in uno stato mentale transitorio di tipo dissociativo, in cui il soggetto avverte coazione, perdita di controllo, sensazione di non essere se stesso. Nello stato di dissociazione il dolore si placa: non c’è più frustrazione, non c’è più insicurezza, non c’è dolore. Ma purtroppo è solo una pausa. Una volta ripristinato il senso di realtà, il malessere ritorna e l’individuo è nuovamente spinto a ricercare l’oggetto di dipendenza, in una spirale senza fine.

La fedeltà dell’oggetto della dipendenza

L’oggetto di dipendenza è sempre lì che aspetta, è una sicurezza, è affidabile, è fedele. Chi termina il lavoro può tornare a casa e trovarlo nel cassetto, pronto ad essere usato.

Dipendenza da relazioni

La dipendenza affettiva indica l’irretimento dell’individuo in relazioni morbose in cui il mantenimento del legame è ottenuto al prezzo dell’auto annullamento, fino alla completa perdita di sé (vedi​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​ Personalità dipendente).

Non si tratta soltanto di relazioni tra donne insicure e partner trascuranti o perfino violenti, ma anche di legami patologici e invischianti con la propria famiglia d’origine, relazioni che mantengono l’individuo adulto in uno stato di perenne dipendenza infantile. Oppure, viceversa, di un rapporto insano con un figlio al quale il genitore si aggrappa come ad un ancora di salvezza, impedendogli di crescere e diventare autonomo.

Chi è invischiato in relazioni fondate sulla dipendenza patologica non riesce a resistere lontano (fisicamente ma soprattutto psichicamente) dall’altro. Quest’ultimo è il suo rifugio, la vicinanza con lui l’unico luogo dov’è possibile proteggersi dall’angoscia. Lontano, c’è solo un’intollerabile disregolazione di tutti gli affetti.

La dipendenza come strategia di sopravvivenza

Interpretare la dipendenza come forma di autolesionismo e segno di scarso amore di sé fa perdere di vista l’aspetto forse centrale delle dipendenze, che cioè il soggetto attraverso l’uso di un particolare oggetto sta tentando di fare qualcosa di buono per sé, di lenire il proprio dolore, di trovare una strategia per sopravvivere. Anche se può apparire paradossale, attraverso la dipendenza la persona sta cercando di curarsi, o almeno di diminuire il suo stato di sofferenza appigliandosi a qualcosa che gli può garantire un po’ di sicurezza. In questo senso, essa è una sorta di autoterapia.

L’origine relazionale della dipendenza patologica

Negli adulti, di solito la dipendenza patologica è connessa a ad esperienze relazionali precoci disadattive, con genitori non in grado di garantire al bambino un’esperienza di dipendenza infantile rassicurante sul piano relazionale e soddisfacente dal punto di vista affettivo.

L’aspetto saliente di tali contesti familiari sembra un grave fallimento della regolazione  interpersonale delle emozioni  all’interno del rapporto genitore-bambino. Genitori empatici e sintonizzati sono in grado di calmare il bambino quando è angosciato o sovraeccitati e di attivarlo quando è apatico o disinteressato. Individui allevati da buoni “regolatori” emotivi”, crescendo, saranno sempre più in grado di regolare in modo autonomo i propri stati interni: a modulare l’ansia, a calmarsi da soli, a consolarsi, insomma, a trovare dentro di sé le risorse per affrontare il dolore. Chi, invece, sviluppa strutture auto regolative carenti, sarà spinto a ricercare stabilizzatori emotivi esterni: oggetti inanimati ma sempre disponibili.

In adolescenza

In età adolescenziale, la dipendenza rappresenta spesso un rifugio dall’angoscia prodotta dal processo di crescita. Tra i 13 e i 18 anni circa ogni individuo è chiamato a sostenere una serie compiti evolutivi molto impegnativi, affrontando un passaggio che può evocare paure, dubbi, insicurezze e angosce molto intense.

L’adolescente deve abbandonare il mondo della dipendenza infantile dai genitori e trasformarsi in un individuo adulto, sessuato, socialmente competente e riconosciuto. Se in questo percorso qualcosa va storto, il soggetto va in crisi.

La fuga dai compiti evolutivi

E’ in questa situazione che molti giovani ricercano un rifugio mentale per fronteggiare problemi che non si sentono in grado di risolvere. La via di fuga può essere internet, i videogiochi, una sostanza, una relazione sentimentale. Un ragazzo rapito nei suoi mondi virtuali vive una vita parallela in cui può dimenticare il senso di impotenza, solitudine e scarso valore personale che sperimenta nella quotidianità calandosi in un sé illusorio potente, ammirato, erotico e pieno di successo.

Lo sperimentalismo degli adolescenti

Siccome gli adolescenti plasmano la loro identità attraverso il confronto con il gruppo dei pari, l’utilizzo di sostanze avviene di solito a livello gruppale. Un certo sperimentalismo è un fenomeno normale dell’adolescenza, quindi accade di frequente che il contatto con stupefacenti avvenga in questa fase della vita. Che poi la sperimentazione occasionale si trasformi in qualcos’altro, dipende da diversi fattori predisponenti di natura non soltanto psicologica, ma anche sociale.

Il contesto sociale

Crescere in contesti deteriorati e poveri di stimoli come province desolate o periferie fatiscenti, dove gli unici intrattenimenti sociali ruotano attorno ad alcool o droghe, è una condizione che espone fortemente allo scivolamento nella dipendenza.

Come si cura la dipendenza patologica

Ogni dipendenza può manifestare livelli diversi di gravità.

Casi gravi

Nei casi più gravi l’individuo è così dominato dalla ricerca compulsiva dell’oggetto da veder compromesse le aree più importanti della realizzazione di sé, riportando danni significativi nella sfera emotiva, relazionale e lavorativa.

Anche se la dipendenza è una risposta disadattiva a difficoltà che hanno origine nella storia personale del soggetto, essa, una volta consolidata, finisce per diventare un problema a sé stante. Ciò significa che, prima di poter ricercare la fonte del disagio, nei casi di dipendenza grave è necessario smantellare con opportuni interventi la gabbia di comportamenti distruttivi che intrappolano il soggetto.

Per questo motivo, quando i sintomi sono cronici e così pervasivi da ostacolare in modo significativo la vita dell’individuo, è necessario intervenire attraverso la presa in carico da parte del SERD o da altra struttura specializzata.

Ci riferiamo a casi in cui, ad esempio, l’utilizzo sistematico di droghe o alcool abbia comportato perdita del lavoro, ritiro sociale, grave compromissione dello stato di salute fisica; oppure a situazioni in cui il gioco patologico abbia prodotto un disastro finanziario o causi una strutturale precarietà economica; o ancora, a relazioni di coppia violente dove l’incolumità della persona è a rischio. In quest’ultimo caso, è indispensabile la presa in carico da parte di un Centro antiviolenza.

Trattabili attraverso una psicoterapia sono:

1) i casi più lievi, quando il soggetto, pur gravato da comportamenti compulsivi difficilmente controllabili, riesce a tenere in piedi un’esistenza sufficientemente regolata;

2) persone che abbiano già effettuato un percorso specifico volto al consolidamento di una vita senza l’oggetto di dipendenza.

  • Nel caso delle sostanze, tali percorsi prevedono il ricovero in una struttura specializzata e, dopo la disintossicazione, la partecipazione a gruppi terapeutici, sostegno psico-educativo individuale, gruppi di auto-mutuo aiuto ecc.
  • Anche il gioco patologico, dopo eventuali interventi di tipo finanziario, viene trattato prevalentemente attraverso il lavoro in gruppo.
  • I casi di relazioni violente prevedono la messa in sicurezza della vittima attraverso il sostegno di avvocati, assistenti sociali, figure educative e l’eventuale inserimento in un luogo protetto.
  • La psicoterapia psicoanalitica

La psicoterapia psicoanalitica

Nei casi in cui la dipendenza non metta (o non meta più) a rischio l’esistenza del soggetto, una psicoterapia ad orientamento psicoanalitico si mostra come un metodo di trattamento particolarmente efficace.

A differenza dei vari percorsi di primo intervento che, smantellando i comportamenti distruttivi, svolgono un necessaria funzione salvavita, la psicoterapia psicanalitica non si occupa del comportamento, ma delle ragioni che lo producono.

Sappiamo che la dipendenza è generata e sostenuta da strutture emotive e relazionali disfunzionali, radicate profondamente nell’individuo. La psicoterapia psicoanalitica può accompagnare la persona ad individuare tali strutture, comprenderne l’origine e riconoscere il loro significato all’interno della propria storia personale.  L’accresciuta consapevolezza faciliterà la creazione di modalità di funzionamento più soddisfacenti e vivificanti.

Un nuovo rapporto con il dolore

Di norma, ciò significa imparare a rinunciare alla modulazione dei propri stati d’animo attraverso un oggetto esterno sempre disponibile. L’individuo dovrà imparare a stare da solo, affrontando angosce e stati d’animo crepuscolari. Dovrà imparare a costruire legami con persone che, pur non essendo sempre disponibili e infallibili come l’oggetto di dipendenza, saranno in grado di offrire una presenza viva e reale nella sua vita.

In sintesi: dovrà rinunciare alla fantasia di un’esistenza senza sofferenza e di relazioni ideali, imparando ad apprezzare la bellezza della vita reale. Una vita fatta di chiaroscuro, di conflitto, di contraddizione, di rischio, di investimento e delusione, fatta anche anche di tristezza, di insoddisfazione e di dolore, ma nel cui guazzabuglio è possibile realizzare sé stessi e costruire legami vitali.