Il lavoro della Psicoanalisi. Emozioni e linguaggio verbale: due mondi diversi?

mirò

Quanto di ciò che percepiamo a livello sensoriale ed emotivo può essere messo in parole? Quanto siamo attrezzati per esprimere verbalmente la complessità di cui facciamo continuamente esperienza?

miròSappiamo che il linguaggio è un meccanismo potente, innanzitutto perché ci consente di parlare del mondo senza averlo concretamente davanti. Inoltre, quando riusciamo ad esprimere qualcosa di vago che abbiamo in mente, ricercando ed esponendo tutti i significati personali che esso può avere per noi, percepiamo una maggior padronanza, come se quel contenuto finalmente ci appartenesse davvero. Una volta individuato e messo in parole, sentiamo che quel “qualcosa” ha perso la sua indefinitezza, è presente davanti a noi, ne vediamo la configurazione, i limiti, i potenziali sviluppi. Quando riusciamo a parlare con qualcuno della relazione che abbiamo con lui, avvertiamo l’apertura di nuove possibilità di comprensione reciproca e di trasformazione dell’interazione.

Il linguaggio è senz’altro uno strumento potente, eppure limitato: funziona imponendo nomi convenzionali a contenuti definiti (simboli), per poi concatenare un elemento dopo l’altro in una serie lineare di significati che si snoda nel tempo. Insomma, il linguaggio può trattare un unico dato alla volta e può costruire soltanto catene di elementi.

La nostra cultura, che da sempre ha dato grande rilievo all’attività linguistica, tende a trascurare tutte le altre, innumerevoli modalità in cui la mente umana codifica e trasmette dati: quelle che utilizziamo, ad esempio, quando ascoltiamo musica, percepiamo odori, guardiamo opere pittoriche o cerchiamo di capire cosa passa nella mente di un altro. In tutti questi ambiti l’informazione consiste di tanti elementi diversi che si affollano insieme davanti ai nostri sensi. In questi casi, il sistema di codifica non è seriale ma avviene in modo parallelo e simultaneo. Riconoscere un particolare stile pittorico, per chi è esperto, è questione di una sola occhiata: un atto immediato in cui viene elaborata un’enorme quantità di informazioni.

Qualcosa di analogo avviene quando interagiamo con gli altri, esprimendo e decodificando emozioni. E infatti il linguaggio delle emozioni è molto più simile a quello della musica e del ballo che al codice verbale. L’interazione umana è una complessa danza di movimenti che coinvolge postura, muscoli del viso, ritmo e tono della voce; tramite questi e altri segnali, si immettono nell’altro e si accolgono dentro di sé stati emozionali di varia natura e intensità.
Entro il codice verbale, forse la poesia e la narrativa sono le forme più adatte per esprimere gli affetti, perché in questo caso la codifica lineare del significato è accompagnata in modo sostanziale da aspetti più “sensoriali”, quali la bellezza dell’immagine evocata, la prosodia e il ritmo del linguaggio, l’assonanza tra le parole, in un’attivazione simultanea di molteplici sensi.

Dalle considerazioni fin qui svolte, emerge un modello della mente complesso ma imperfetto, perché basato su due sistemi di elaborazione dell’informazione diversi e difficilmente integrabili: la codifica simultanea di molteplici imput in un’intuizione non del tutto verbalizzabile, e lo sforzo continuo di afferrare tale comprensione trasponendole in un ordine simbolico.

Avanzando un’ipotesi evolutiva, possiamo pensare che il sistema linguistico, più volte chiamato in causa come tratto distintivo della nostra specie, si sia sovrapposto ad un insieme di sistemi di codifica preesistenti, senza che al tempo stesso sia stata sviluppata anche un’efficiente funzione di traduzione.

Tale carenza spiega perché spesso abbiamo la chiara sensazione di avere capito qualcosa, ma di non saper dire esattamente cosa.

A questo punto viene da chiedersi: qual è, in questa problematica organizzazione psichica, il vantaggio di imbarcarsi in uno sforzo di traduzione linguistica destinato a generare risultati sempre imperfetti? Qual è il senso della psicoanalisi, il cui compito principale consiste proprio nel dare forma verbale ad esperienze affettive?

Con tutti i suoi limiti, il sistema linguistico fornisce alla mente umana lo strumento più potente per riconfigurare tutti gli altri e più complessi schemi dell’emozione. Compito specifico della psicoanalisi è favorire la connessione tra schemi emotivi e schemi verbali, sfruttando la capacità di controllo, modulazione e trasformazione offerta dal mezzo linguistico. L’obiettivo è quello di riparare sistemi emotivi mal adattivi o disconnessioni funzionali tra schemi diversi (dissociazione), favorendo nuove connessioni tra schemi non verbali e tra essi e il linguaggio.

Come avviene tutto ciò? Cosa fanno paziente e analista?

Gli schemi emotivi, che si esprimono spontaneamente nella mimica, nella voce, nel gesto ecc., possono essere verbalizzati al meglio attraverso il racconto di episodi relazionali, episodi del passato ma soprattutto del presente, che coinvolgono direttamente il sé, o riguardano terze persone, oppure accadono direttamente nella relazione tra paziente e analista. La messa in parole delle costellazioni affettive del paziente le trasforma in esperienze finalmente riconoscibili e consente in questo modo di riformularle e di connetterle meglio tra loro (integrazione cognitivo-linguistico-affettiva). Inoltre, potenziando la capacità di contatto e comunicazione tra chi parla e chi ascolta, il lavoro analitico promuove anche le capacità relazionali del soggetto.

(☆Wilma Bucci, Psicoanalisi e scienza cognitiva. Una teoria del codice multiplo. G. Fioriti Editore, Roma 1999)

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