La dissociazione

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Dissociazione come normale attività psichica

L’attività dissociativa è una normale funzione della mente che ci consente di poter raggiungere uno stato di dimenticanza temporanea di noi stessi o di parte dell’esperienza trascorsa o attuale.

La dissociazione fa parte della vita quotidiana e ci accompagna silente come aiuto, a volte come intralcio, in svariate situazioni.
Quando guidiamo in autostrada, per esempio, è frequente che si entri in uno stato quasi ipnotico in cui le manovre richieste sono eseguite automaticamente, mentre la mente può volare via altrove, verso mondi più belli: spesso accade, però, che quando rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo di aver perso l’uscita giusta. Anche attività lavorative monotone come il lavoro al nastro in fabbrica sono svolte per lo più in uno stato dissociato; ciò le rende più tollerabili rispetto ad altri lavori ugualmente ripetitivi ma bisognosi di continua attenzione, come le operazioni di controllo della qualità dei prodotti, in cui i pezzi scorrono davanti agli occhi dell’operaio che deve visionarli ad uno ad uno alla ricerca di possibili difetti. Altri comuni fenomeni dissociativi si riscontrano quando siamo completamente immersi in qualche attività, per esempio nella lettura di un libro o nella visione di un film. Se qualcuno irrompe improvvisamente e richiede la nostra attenzione, possiamo avere reazioni di spavento e soprassalto, come se di colpo si fosse richiamati alla realtà da un luogo molto lontano. Un interlocutore particolarmente noioso può indurre la nostra mente a fuggire via, finché all’improvviso ci accorgiamo di aver perso una buona parte delle sue argomentazioni. Lo stesso può accadere mentre leggiamo, quando di un tratto ci rendiamo conto di non aver registrato nulla del testo appena scorso. A molti di noi capita di parlare tra sé e sé senza accorgersene, di avere la testa tra le nuvole oppure di sentirsi ipnotizzati, quasi in trance, per esempio guardando fuori dal finestrino di un treno. Altre forme di dissociazione rappresentano una sorta di deformazione professionale, funzionale al compito da svolgere: i chirurghi mentre operano “dimenticano” di aver sotto mano un essere umano spaventato e sofferente e di lui vedono solo la parte di corpo su cui devono intervenire. La molteplicità di ruoli che ciascuno di noi è chiamato a ricoprire richiede che, entrando in un nuovo ambito (ad esempio in famiglia dopo una giornata di lavoro), ci dimentichiamo in parte del mondo appena abbandonato; se così non fosse sarebbe molto difficile coinvolgerci pienamente nelle esperienze che di volta in volta viviamo, non parliamo poi della possibilità di goderci davvero le ferie. Da questo punto di vista, la difficoltà a “staccare” rappresenta una sorta di temporaneo fallimento della normale attività dissociativa.
Tutte le esperienze di questo tipo non soltanto non costituiscono una forma di patologia, ma sono un’importante risorsa che ci consente in alcune circostanze di fuggire via dalla fatica o alla noia, in altre di immergerci completamente nell’esperienza che stiamo vivendo scordando tutto il resto. In questa carrellata non possiamo non citare il sonno, una forma dissociativa addirittura indispensabile alla nostra sopravvivenza.

Nei casi di un normale funzionamento dell’attività dissociativa, essa è un fenomeno solo temporaneo e siamo in grado di riprendere velocemente il pieno controllo delle nostre funzioni mentali.

Dissociazione come meccanismo di difesa e dissociazione patologica

Come ogni risorsa umana, anche la dissociazione può essere utilizzata a scopi difensivi. In parte lo abbiamo già visto: l’operaio al nastro si dissocia per fuggire dalla monotonia del lavoro, l’uditore dal relatore noioso. Eppure un ricorso sistematico alla dissociazione può produrre effetti devastanti sulla mente di un individuo, disarticolando il suo senso di identità personale, di realtà e di continuità dell’esperienza vissuta.
astralreise-schiavonetti-soul-leaving-body-1808-wikipedia-pdL’uso della dissociazione è frequente di fronte ad eventi fortemente traumatici, come catastrofi naturali, aggressioni con minacce di morte, abusi sessuali, tortura e prigionia. In tutte queste situazioni-limite, dove il soggetto non può né difendersi né scappare, la dissociazione rimane l’unica via di fuga praticabile. Alcuni prigionieri nei campi di concentramento esercitavano intenzionalmente forme di evasione psichica perché era l’unica attività che potesse dar loro un po’ di sollievo. Molte donne abusate sessualmente riportano la sensazione di essere state come “fuori dal loro corpo” durante lo stupro e di aver vissuto tutta la scena come spettatrici. Di fronte all’esperienza di catastrofi naturali, diverse persone riportano sentimenti di estraneazione e vuoti di memoria, come se non fossero state davvero coinvolte in quanto accaduto.
Non tutte le vittime di eventi così scioccanti sviluppano dei disturbi dissociativi e ciò sembra dimostrare ancora una volta quanto sia fallace in psicologia ogni tentativo di stabilire collegamenti lineari tra cause ed effetti; eppure questo caso rappresenta per molti versi un’eccezione. In letteratura il nesso tra trauma e dissociazione, infatti, è a tal punto acquisito che anche il DSM (Manuale Diagnostico Statistico: il sistema attualmente più utilizzato per le diagnosi psichiatriche, impostato sulla semplice classificazione dei sintomi e, almeno nelle intenzioni, alieno da ogni sorta di interpretazione teorica o riflessione eziologia) nel Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) collega la sindrome dissociativa al “trauma” come suo evento scatenante.
Per comprendere questo tipo di correlazione e per gettare qualche luce sulla genesi dei disturbi dissociativi è necessario chiarire, intanto, ciò che si intende per “trauma”. Per essere “traumatico” un avvenimento deve avere un impatto tale sul soggetto da sbaragliarlo del tutto, umiliandolo o devastandolo fino al punto da mettere fuori gioco le funzioni psichiche che elaborano e organizzano l’esperienza (cognizione, riflessione, memoria). In ciò hanno un ruolo determinante sia l’oggettiva minacciosità di ciò che accade, sia le caratteristiche specifiche (l’età, i tratti di personalità, il grado di resistenza psichica ecc.) della vittima. In ogni caso ogni essere umano ha un suo specifico “punto di rottura”e ciò significa che tutti noi siamo potenzialmente traumatizzabili. Eppure non tutti coloro che subiscono un trauma ricorrono alla dissociazione, anche perché la possibilità di attivare tale processo varia molto da persona a persona, come si evince dal fatto che non tutti i soggetti sono ugualmente ipnotizzabili (l’ipnosi, in definitiva, non è altro che l’induzione di uno stato dissociativo).
L’evento traumatico travolge le capacità dell’individuo di restare in contatto con sé stesso e annulla la possibilità di simbolizzare il vissuto terrificante registrandolo in forma di parole o di immagini. Ciò che resta dopo la bufera del trauma sono solo “memorie mute”, esperienze per le quali “non ci sono parole” da cui si possa partire per comporre un racconto personale e rintracciare un possibile significato. Il trauma non si deposita nella memoria della vittima come i normali eventi, non diventa “ricordo”, ma continua ad albergare nella sua mente come un vuoto di senso, un buco nel tessuto psichico, una crepa profonda nella dignità della persona, una ferita sempre attiva e pronta ad eruttare con forza nell’esperienza del soggetto, travolgendolo di nuovo.

immagineE’ stata la Grande Guerra che per la prima volta ha portato all’attenzione generale gli effetti devastanti del terrore cieco sulla mente umana. Lo ha fatto con la famosa e controversa diagnosi dello “shock da granata”, una teoria clinica allora fortemente osteggiata da una psichiatria interessata soprattutto a rinviare il maggior numero possibile di soldati al fronte, e in più oberata dal pregiudizio che restringeva alle “cause endogene” (interne, genetiche o comunque organiche) l’unica fonte del malessere psichico. Attraverso queste lenti teoriche i soldati traumatizzati apparivano o come folli divenuti manifesti sotto la pressione del combattimento — vale a dire, individui deboli psichicamente e di indole vigliacca — oppure come volgari simulatori: tutto, purché la guerra non fosse direttamente collegata alla sintomatologia riscontrata. Una volta appurato che non erano esattamente “le granate” (o meglio la vicinanza all’esplosione di una granata), ma l’esperienza di episodi vissuti come estremamente minacciosi per l’individuo a generare i sintomi “da shock”, si è aperta la ricerca sul trauma e sulle sue conseguenze. Siamo nel 1980 quando, dopo tutti gli ulteriori studi sui reduci dal Vietnam, nel DSM III trova finalmente spazio la formulazione della diagnosi di PTSD ovvero Sindrome Post Traumatica da Stress.

Vediamo sommariamente quali sono i sintomi del PTSD:
— ricordi ricorrenti e intrusivi dell’evento traumatico in forma di immagini, pensieri, o sogni;
— sensazione di rivivere l’evento attraverso flash back, incubi notturni, percezioni somatiche o allucinazioni;
— disagio psichico e reattività fisiologica in presenza di stimoli associati all’evento traumatico (pensieri, conversazioni, luoghi, attività o persone);
— evitamento di tali stimoli;
— incapacità di ricordare l’intero evento o qualche suo aspetto rilevante (amnesia);
— problemi di memoria e concentrazione;
— sentimenti di ottundimento, paralisi affettiva, distacco dalla realtà (derealizzazione, depersonalizzazione), mancanza di interesse, apatia, intorpidimento emotivo e sensoriale, pessimismo;
— forte eccitazione psicomotoria, insonnia, irritabilità, scoppi di collera, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme.

Alla base della sintomatologia del PTSD sembra sottesa l’impossibilità per il soggetto di modulare la distanza emotiva dall’evento traumatizzante, il quale o è rivissuto direttamente in uno stato di ipereccitazione sensoriale (attraverso flash back, incubi, pensieri intrusivi e attivazione fisiologica) oppure è schivato accuratamente tramite consapevoli manovre di evitamento o attraverso uno stato di ottundimento emotivo, amnesia e distacco dalla realtà. Il primo tipo di reazioni segnala un’iperattivazione del sistema simpatico, quella parte del sistema nervoso autonomo preposto all’erogazione di energia per preparare l’organismo a reazioni di attacco o fuga; il secondo tipo indica un’iperattivazione del sistema parasimpatico, complementare al primo e finalizzato ad abbassare il livello energetico del corpo inducendo stati di calma. Le persone traumatizzate sembrano veicoli in cui sia saltato il meccanismo di accelerazione e freno (il gioco combinato dei sistemi simpatico e parasimapatico) e che perciò si trovino in una continua condizione di iper o ipoeccitazione, passando dall’iperattivazione in cui rivivono il trauma quasi in presa diretta a stati di disattivazione psichica e distacco.
La sintomatologia del Disturbo Post Traumatico da Stress sembra scaturire da una disarticolazione delle funzioni mentali avvenuta di fronte ad un evento che ha travalicato la possibilità da parte del soggetto di assimilarlo ed elaborarlo: il terrore era così grande o l’orrore così pervasivo che la mente non ha resistito ed ha abbandonato la scena sulle ali della dissociazione. Il corpo sensoriale ed emozionale è stato lasciato da solo ad immagazzinare quanto di terrificante stava avvenendo, privato delle capacità simboliche e organizzative delle funzioni mentali superiori. Così l’esperienza traumatica è stata registrata direttamente negli strati sensoriali ed emozionali più profondi e corporei, dove ha impresso la memoria di uno stato fisiologico disregolato, accompagnato da contenuti sparsi di tipo sensoriale, emotivo e immaginativo, non organizzati e non più organizzabili in un ricordo unificato e dotato di significato. L’eccessiva eccitazione prodotta dalla situazione traumatica ha messo fuori uso le normali capacità integrative offerte dalla cognizione simbolica e verbale. Per questo motivo l’interiorizzazione dell’evento traumatico non ha e non può avere la forma di un ricordo ma rappresenta una memoria speciale, registrata “senza mente”, i cui contenuti sono scomposti in elementi fissi, inalterabili e non traducibili in parole. Essi non possono essere richiamati intenzionalmente come i normali ricordi autobiografici, ma riemergono all’improvviso in forma fisiologica e sensoriale (suoni, immagini, odori, sensazioni corporee), soprattutto se il soggetto è esposto a stimoli che rinviano all’originaria scena traumatica.
Al di là di tali momenti, nella vita quotidiana, i soggetti traumatizzati appaiono per lo più separati da sé stessi e dagli altri, imprigionati dietro una cortina di nebbia, ottusi nei sensi e nelle emozioni: non solo l’evento traumatico, ma anche la manovra dissociativa si è depositata nella mente e radicata come una funzione stabilmente in uso. Le persone che sviluppano un PTSD sembrano imprigionate da una doppia condanna: quella di rivivere nel corpo l’eccitazione sconvolgente che li ha annientati e quella di dissociare continuamente la mente da tale esperienza, schiacciando all’impazzata ora l’acceleratore ora il freno. Inoltre, mostrano carenti capacità riflessive, una deficitaria regolazione delle emozioni che può esprimersi in violenti scoppi d’ira e comportamenti aggressivi, e forti difficoltà nelle relazioni interpersonali.

Finora abbiamo parlato della dissociazione come fuga della mente di fronte a singoli avvenimenti dal grande potere traumatizzante, come guerre, campi di concentramento, abusi sessuali, catastrofi naturali. Eppure uno degli aspetti più interessanti e studiati della dissociazione è il suo rapporto con fattori traumatici che, pur non apparendo così sconvolgenti se presi isolatamente, lo diventano se ripetuti nel tempo per una sorta di effetto cumulativo. In questo caso si tratta non di “eventi”, ma di “relazioni traumatiche”, cioè fondate sul sistematico disconoscimento di una parte o dell’intera soggettività dell’individuo. Gli effetti sono tanto più nefasti quanto più precoce è l’età della vittima; inoltre, essi risultano drammaticamente aggravati se l’interazione traumatizzante proviene dalle figure di accudimento del bambino, vale a dire, nella maggioranza dei casi, dai suoi stessi genitori.
immagineLa condizione infantile è un fattore determinante per valutare il potenziale traumatico di particolari eventi o relazioni perché i bambini sono sprovvisti delle risorse e delle capacità elaborative della mente matura. Quelle strutture mentali “superiori” che nell’adulto possono entrare in crisi nell’impatto con il trauma, infatti, nel bambino piccolo non sono ancora presenti. Esse iniziano a svilupparsi soltanto a partire dal secondo anno di vita, con la maturazione delle aree del cervello preposte all’elaborazione simbolica dell’esperienza e alla costruzione di memorie esplicite, in particolare dei lobi temporali, dell’ippocampo e della corteccia orbito-frontale. Prima di allora il bambino, che non dispone ancora del linguaggio, assimila quanto gli accade attraverso un registro emotivo e sensoriale, senza poter fruire della mediazione offerta dai significati e dalla loro elaborazione tramite la parola. E’ un errore gravissimo, purtroppo fortemente radicato nel senso comune, pensare che i bambini siano protetti dal fatto che “tanto non capiscono”, “tanto sono troppo piccoli per ricordare”. In realtà è vero esattamente il contrario: i bambini, proprio perché non hanno ancora a disposizione l’apparato cognitivo degli adulti, sono molto più vulnerabili alla sofferenza; non possono formulare ricordi espliciti di ciò che accade, ma ciò non significa affatto che siano privi di memoria. Fino al secondo anno di vita l’essere umano utilizza prevalentemente l’emisfero destro, l’emisfero emotivo, e solo a partire dal terzo anno è in grado di integrare anche la modalità logico-lineare dell’emisfero sinistro, centrale del linguaggio. La completa maturazione della mente si raggiunge soltanto ad adolescenza inoltrata, quando l’individuo è in grado di elaborare in forma esplicita contenuti emozionali complessi, considerando contemporaneamente diversi punti di vista e sviluppando pienamente la capacità empatica. Fino a quel momento la mente ha pochi filtri per assimilare esperienze troppo destabilizzanti e rischia continuamente di essere travolta. Stati di eccitazione eccessivi ripetuti nel tempo diventano memorie di discontrollo e disregolazione quasi corporali, separate (dissociate) dal resto della personalità ma sempre pronte ad attivarsi e a travolgerlo. Può avvenire nella forma di un attacco bulimico, nell’uso di droghe, nella ricerca compulsiva di sesso, oppure nella frenesia del gioco d’azzardo, tutte attività che di solito sono compiute quasi in uno stato di trans, in un agire che il soggetto non avverte come proprio ma che percepisce come estraneo, automatico, compulsivo, sentendosi agito da forze che non controlla.
La mente del neonato ha bisogno della presenza di una mente adulta per regolare i propri stati emotivi, per contenere l’eccitazione entro una precisa soglia di tolleranza, per modulare quell’angoscia e quel terrore primordiali che sostanziano parte della sua esperienza; così come ha bisogno dell’adulto per essere stimolato, per provare piacere, interesse e curiosità per le cose. Stati prolungati di ipereccitazione o di ipoeccitazione sono “tossici” per l’organismo psichico. Una figura d’accudimento attenta e sensibile, sintonizzata sullo stato affettivo del neonato, è in grado di modularne l’attivazione psicofisica verso l’alto o verso il basso, stimolandola o contenendola, e lo fa con vocalizzazioni, cambiamenti nel ritmo dei gesti come il cullare e il manipolare, con le espressioni facciali e il contatto visivo. Solo con il passare del tempo e sulla base di una buona regolazione esterna il bambino sarà in grado di sviluppare capacità regolative autonome. Ripetuti fallimenti nella regolazione ostacolano tale processo e rischiano di produrre memorie relazionali traumatiche, incistate nella mente come corpi estranei (dissociati) pronti ad attivarsi in un modo che il soggetto non comprende e da cui si sente travolto.
All’inizio della vita, è l’intensità dell’angoscia non regolata nella relazione madre-bambino a decidere se l’esperienza relazionale vissuta con lei sarà integrata come buona (non angosciante) o cattiva (angosciante ma tollerabile), oppure se diverrà una non-esperienza (angoscia intollerabile) e sarà dissociata. In seguito, con la crescita e lo sviluppo del linguaggio, saranno anche comportamenti di approvazione/disapprovazione da parte del genitore a decidere cosa sarà integrato e cosa sarà espulso dal sistema psichico del bambino: le esperienze approvate saranno registrate come “buone”, quelle disapprovate come “cattive”, mentre quelle disconosciute e non validate, quelle di cui “non si può parlare”, entreranno nel sistema dissociato della mente.

La dissociazione consente alla mente di raccogliere in un sistema separato tutte quelle interazioni ripetute con le figure d’accudimento improntate da eccitazione psicofisica estrema, ansia intensa e improvvisa, sensazioni arcaiche di angoscia, sgomento, incontenibile paura, orrore. Con la crescita, nel bacino dissociato saranno convogliate anche tutte quelle porzioni dell’esperienza che suscitano angoscia nel genitore e che pertanto sono trattate come non esistenti, come cose di cui non si può parlare. Nelle fasi di formazione della personalità, infatti, tutto ciò che è non-riconosciuto o radicalmente rifiutato da parte delle figure d’accudimento rischia di cader preda della dissociazione. Può trattarsi di aree specifiche dell’esperienza, come la sessualità o l’aggressività. Oppure, ed è il caso più grave, può essere l’intera soggettività ad essere negata, scavalcata o travolta. Ciò avviene quando il bambino non è riconosciuto come quell’individuo irripetibile che è, come sorgente autonoma di pensieri propri, desideri, intenzioni, emozioni, progetti personali, in cui non è visto come “soggetto” ma è sistematicamente reso oggetto dei bisogni e delle varie intenzionalità dell’adulto. Interazioni di questo tipo sono ancora più dannose se attuate dalle figure di accudimento del bambino, vale a dire dagli adulti da cui dipende la sua sopravvivenza.

L’abuso fisico e sessuale può essere preso come esempio paradigmatico di relazione traumatica, cioè basata su una radicale mancanza di riconoscimento, anzi, su un attivo disconoscimento, oggettificazione e sfruttamento dell’altro. Il bisogno di tenerezza e di vicinanza del bambino viene stravolto e pervertito dall’adulto che vi risponde con un atto erotico: un’esperienza insostenibile e incomprensibile per l’individuo prima della sua piena maturazione sessuale. La psicoanalisi ha avuto il coraggio di riconoscere la sessualità infantile, ma nel far ciò ha anche chiaramente evidenziato quanto essa sia lontana e diversa dall’erotismo di un individuo maturo. L’abuso sessuale su un minore è tanto più devastante quanto più piccolo è il bambino. Nella maggior parte dei casi non è compiuto come un atto di esplicita sopraffazione e perciò non è così facile per la vittima riconoscersi come tale e individuare l’altro come suo aggressore. Esso è perpetrato in modo subdolo da adulti che intercettano il bisogno affettivo e di protezione dei bambini e lo manipolano ai propri fini, spacciando un’azione spietatamente egoistica per un atto di altruistico amore. I pedofili agiscono esattamente in questo modo, presidiando i luoghi dell’infanzia come predatori, magari travestiti da educatori, preti, insegnanti, ecc. Spesso sono famosi per il loro “amore” per i bambini e riconosciuti come straordinariamente competenti nel relazionarsi con loro. In questo modo riescono a conquistarsi la fiducia dei genitori e ad aggirare abilmente il loro controllo.
Il bambino oggetto di attenzioni sessuali da parte di un adulto si trova a dover dirimere un inestricabile paradosso, dal momento che da un lato si sente sopraffatto e strumentalizzato, dall’altro viene indotto a credere che si tratti di una forma di sollecitudine e d’amore speciale nei suoi confronti. Quando poi l’aggressore coincide con la figura d’attaccamento, con il genitore, il paradosso diventa per lui una trappola infernale, perché il bambino non ha una figura più significativa a cui rivolgersi ed è costretto, per garantire la propria sopravvivenza, a cercare vicinanza e protezione dalla stessa persona che lo annienta. L’immagine del “genitore che mi protegge e mi vuole bene” e quella del “genitore che abusa di me” sono due rappresentazioni troppo discordanti perché la mente possa processarle ed elaborarle in un possibile significato e così, per sopravvivere al paradosso e al dolore, il bambino è costretto a ricorrere alla dissociazione.

Ciò può avvenire in diversi modi, talvolta concomitanti:

Le due rappresentazioni possono essere separate l’una dall’altra e depositate in due diversi stati di coscienza, per cui il bambino di volta in volta fa esperienza o del genitore che lo ama o dell’aggressore, senza poter più integrare le due opposte immagini. La conseguenza di lunga durata è la perdita della capacità di comporre rappresentazioni complesse delle interazioni interpersonali combinando esperienze diverse, positive e negative, in un unico quadro; ne consegue che l’altro e il rapporto con lui non può che apparire o tutto-buono o tutto-cattivo, a momenti alterni. Tale difesa, che nel gergo tecnico è denominata “scissione”, in realtà non è altro che una particolare forma di dissociazione.

— Anziché una spaccatura in due, può verificarsi una frammentazione dell’unità di coscienza: per far fronte all’insostenibilità dell’esperienza traumatica il soggetto rinuncia alla coerenza del proprio punto di vista e si limita a vivere l’esperienza del momento scollegandola dal resto dell’esperienza relazionale. Il risultato è la strutturazione di un’identità divisa in tanti compartimenti a tenuta stagna (dissociazione orizzontale) preposti ciascuno ad un solo tipo di interazione, come se la mente fosse abitata da tanti personaggi differenti e l’un l’altro sconosciuti. In modo simmetrico, anche le altre persone sono viste in molti modi diversi a seconda del tipo di relazione che si ha in quel momento con loro. Tale fenomeno (diagnosticato come Personalità multipla, più recentemente come Disturbo Dissociativo dell’Identità) comporta una perdita del senso di coerenza e compattezza dell’io, nonché del senso di temporalità e di continuità dell’esperienza, una percezione labile di sé e degli altri e una forte difficoltà a ricordare episodi legati a stati della mente non attuali. (Per approfondimenti, vedi articolo “il Sé multiplo”)

— Per poter credere alla manipolazione dell’abusatore e convincersi di essere un figlio amato, il bambino può annullare le proprie percezioni e i propri pensieri, azzerando in tal modo l’altro lato del paradosso che lo mostra sfruttato e calpestato: impara a non fidarsi più dei suoi sensi, blocca ogni generazione di significato e abbandona ogni tentativo di interpretare le intenzioni e i desideri altrui. Sarebbe troppo doloroso per lui comprendere quali sono i reali sentimenti del genitore, e così cessa di riflettere su questa e su tutte le altre relazioni interpersonali, soprattutto se si tratta di relazioni significative, e lascia che la mente dell’altro resti per lui un mistero insondabile. Per difendersi dal trauma, la mente attacca le capacità riflessive e autoriflessive e le disintegra, con il risultato di trasformare l’individuo in un analfabeta relazionale, incapace di decodificare i significati delle interazioni umane. La comprensione degli eventi relazionali, infatti, è affidata alla nostra capacità di formulare ipotesi sui contenuti della mente dell’altro: noi vediamo solo i comportamenti delle persone, ma per capirne il senso ci sforziamo di cogliere l’intenzione, il desiderio (a volte il pregiudizio) che li ha generati, vale a dire tentiamo una possibile lettura della mente da cui sono scaturiti. Una delle conseguenze più gravi del trauma è la perdita di tale capacità. Il mondo del traumatizzato è popolato di individui senza mente, da oggetti. Riconoscere una persona come soggetto significa coglierla nella sua dimensione di autonomia, percepirla come un centro propulsivo di azioni e comportamenti attuati sulla base di finalità proprie, fondate a loro volta su sistemi di idee, pensieri, credenze, congetture, talvolta anche su opinioni poco fondate o addirittura false. Il mondo desoggettivato delle persone traumatizzate, al contrario, è fatto solo di nude azioni e reazioni, di una concretezza che non rinvia a nessun ulteriore significato. Un pugno è un pugno, senza distinguere se il ragazzino che ha picchiato il suo compagno di scuola lo ha fatto per sentirsi forte e invincibile, visto che in realtà si sente debole e fragile, oppure se ha dovuto difendersi da un’aggressione non calibrando la reazione, oppure se ha imparato che questo è il modo normale di dirimere i conflitti, o perché suo padre lo picchia per insegnargli le cose e anche lui voleva insegnare qualcosa all’amico ecc. L’atto contiene già in sé tutte le possibili intenzioni e motivazioni. L’oggettificazione subita nell’abuso diventa l’unica lente attraverso la quale leggere il mondo, e perfino di entrare in contatto con sé stesso. Il crollo delle capacità riflessive, infatti, implica anche il crollo dell’autoriflessività: come l’altro, così anche il sé perde il senso di ogni mistero e curiosità rispetto a sé stesso ed è ridotto a nuda realtà, a ciò che concretamente di volta in volta fa. I soggetti traumatizzati non si percepiscono come centri vitali di attività, come sceneggiatori e attori della propria vita, come portatori di diverse intenzioni e finalità, alcune delle quali non consapevoli e da indagare. Non si chiedono perché in una data situazione hanno agito in un certo modo, per es. perché spaventati, o arrabbiati, o sulla base di un semplice fraintendimento. Le spiegazioni che forniscono sono sempre estrinseche, senza soggettività, legate a fattori del mondo esterno, molto spesso rese con frasi fatte in tonalità proverbiale; oppure non viene data alcuna spiegazione e l’atto è meramente rinviato a sé stesso.

— Il trauma lede non solo l’autoriflessività del soggetto, il contatto con i propri pensieri, emozioni, intenzioni, ma anche il senso d’appartenenza rispetto al proprio Sé corporeo. Il corpo dissociato è avvertito come “altro da sé” e può essere utilizzato come un oggetto, spesso con il fine inconsapevole di ripetere su di esso lo scacco subito. Oppure può essere l’unico veicolo per esprimere la sofferenza non mentalizzata; ciò avviene attraverso varie forme che spaziano da somatizzazioni, disturbi alimentari, tossicodipendenze, fino ad atti di automutilazione. La carenza propriocettiva (il non saper ascoltare e riconoscere i segnali del proprio corpo), inoltre, porta a confondere emozioni e sensazioni fisiche, per cui facilmente la sofferenza può venir percepita ed espressa come mal di pancia, mal di testa ecc. Anche un certo uso dei tatuaggi può rientrare nella varia fenomenologia della dissociazione corporea: l’esperienza non processata dalla mente è espressa e resa visibile in simboli concretamente trascritti sul corpo; il dolore non percepito, perché dissociato, può assumere forma materiale nell’ago che colora la pelle e vi lascia il suo segno.

— La dissociazione può manifestarsi come uno stato oniroide oppure come un punto di vista esterno all’esperienza attuale. In entrambi i casi il soggetto appare dissociato “da sé stesso”, staccato dall’esperienza vissuta, anestetizzato e in trans: una reazione comune di fronte a casi di lutto improvviso, grave incidente, catastrofe naturale ecc. Gli abusati raccontano spesso di aver assistito alla scena della violenza subita dall’esterno, come da una prospettiva aerea, come se ciò che è avvenuto non fosse davvero accaduto a loro. Nel caso di traumi ripetuti il processo di “separare la mente del corpo” può diventare una consuetudine, addirittura un’abilità appresa che può essere esercitata intenzionalmente, come per quei reclusi che hanno imparato l’arte di evadere mentalmente dal luogo di prigionia. Di norma, però, il processo dissociativo si innesca al di là del controllo intenzionale. Alcuni tentativi di suicidio sono commessi in tale stato ipnotico.

— La dissociazione può configurarsi come una rescissione temporanea del legame tra pensiero ed emozione, per cui l’evento traumatico è sì codificato nel sistema simbolico-linguistico della mente (emisfero sinistro), ma con la completa elisione di ogni imput emotivo (emisfero destro). Questo tipo di dissociazione è riconoscibile soprattutto dalle caratteristiche formali della narrazione relativa al trauma, che appare come un racconto in terza persona privo di ogni contenuto affettivo. L’esercizio in questa particolare arte dissociativa (in cui sono notoriamente esperti i chirurghi, ma anche operatori di ogni altro tipo di professione d’aiuto) porta le persone a comportarsi come automi ogniqualvolta siano coinvolti in relazioni ad alta valenza emotiva, spesso sconcertando l’interlocutore con una “razionalità” che in qualche modo appare “strana” o fuori luogo. Anche il cinismo può essere arruolato al servizio di tale dissociazione.

— L’aspetto forse più interessante per il suo ruolo nell’attività psicoterapeutica riguarda la dissociazione di particolari schemi emotivo-relazionali sorti all’interno di relazioni primarie di tipo traumatico. In essi è immagazzinato il disconoscimento originario del soggetto, l’esperienza annichilente di essere stato spazzato via con un colpo di spugna. Lo schema dissociato, depositato nella memoria non verbale, non può esprimersi nella forma esplicita e riflessiva del linguaggio, dalla quale è da principio scollegato. Perciò la sua spinta verso l’estrinsecazione non può che avvenire in forma “operativa”, attraverso una drammatizzazione di ruoli in cui l’altro è arruolato a recitare un copione fisso inconsciamente stabilito dal soggetto. Molte coppie sono intrappolate in un dramma eterno, che prevede ad esempio un carnefice e una vittima, con frequente ribaltamento di ruolo in cui la vittima diventa carnefice dell’altro e viceversa, in un’esplosione continua di distruttività e sofferenza. Gli schemi di interazione dissociati sono potenti, perché attivati dagli strati più inconsapevoli e incontrollati della mente. Si tratta di strutture disfunzionali che manifestano un blocco della competenza a regolare i propri stati affettivi. Essi danno vita a modalità relazionali primitive e disconnesse, ad interazioni in cui sono perseguite finalità contraddittorie e che coinvolgono gli altri in rapporti violenti e disregolati. Ciò avviene soprattutto quando il soggetto interagisce all’interno di relazioni ad alta valenza affettiva, come nelle relazioni sentimentali o in quelle genitore-figlio, o nel corso di una psicoterapia. La messa in atto di uno schema dissociato provoca in entrambi i soggetti un vissuto di forzatura, automatismo e assenza di significato.
A fini terapeutici è importante saper leggere nella riattivazione di tali schemi il doppio significato di una ripetizione coatta del fallimento subito, ma anche di una piccola speranza nella possibilità che una nuova risposta interattiva possa volgere in positivo il finale del dramma dissociato.

IMPLICAZIONI PER LA PSICOTERAPIA

A differenza di tutti gli schemi interattivi non traumatici depositati nella memoria non-verbale (in primis quelli strutturati prima dello sviluppo del linguaggio), gli schemi dissociati sono funzionalmente scollegati dalla forma linguistico-simbolica, cioè non hanno nessuna possibilità di accesso all’elaborazione verbale. Ciò significa che non sono direttamente raggiungibili tramite la tecnica psicoanalitica classica dell’interpretazione. Tale consapevolezza mette profondamente in questione l’idea tradizionale di psicoanalisi intesa come talking cure, cioè come cura attraverso la parola. Eppure, anche se i pazienti traumatizzati non sono in grado di esprimere verbalmente gli stati interni connessi all’interazione traumatica, riescono a comunicarli in altro modo: o attraverso il proprio corpo, oppure ricreandoli nelle interazioni con le persone significative, e quindi anche con il terapeuta. Per questo motivo il trattamento di tali soggetti avviene soprattutto utilizzando un registro sub-simbolico, vale a dire attraverso l’interazione e la regolazione degli affetti, dove la cura funziona principalmente come esperienza emozionale finalizzata alla strutturazione di schematismi emotivo-comportamentali nuovi e più funzionali, in un clima di sicurezza, riconoscimento e accettazione.
Ciò nonostante, l’obiettivo di un’elaborazione simbolica degli schemi interattivi dissociati non è del tutto assente dalla psicoterapia psicoanalitica, ma solo partendo dal presupposto che una significazione di tali interazioni sarà possibile solo dopo una loro ripetuta messa in atto all’interno della relazione terapeutica. Il paziente non simbolizzante continuerà a drammatizzare le parti disconosciute e dissociate di Sé finché queste non verranno riconosciute, validate e riscritte nel gioco interattivo con il terapeuta.
Nel trattamento di tali pazienti, inoltre, un’attenzione particolare è rivolta all’esercizio della loro carente capacità riflessiva ed empatica, con un continuo stimolo a cercare di “leggere” le menti altrui calandosi cognitivamente ed emotivamente nel punto di vista dei vari partner interattivi che abitano la loro vita e il loro mondo interno.

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