Disturbi d’ansia

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Disturbi d’ansia

I sintomi ansiosi, esattamente come quelli depressivi, non sono di per sé indice di patologia ma appartengono alla normale esperienza emotiva di ciascun individuo. Individuare un disturbo in psicologia è sempre una questione di “quantità” e non di qualità: in questo caso, sono la quota di ansia percepita, la sua frequenza ed intensità, il suo essere più o meno giustificata da eventi e situazioni concrete ciò che distingue un disturbo ansioso da una normale reazione dell’organismo di fronte a situazioni di stress.

L’ansia è legata alla paura e apparentata a sentimenti quali angoscia, affanno, timore, inquietudine, preoccupazione, apprensione ecc. Si tratta di emozioni di base che si attivano di fronte alla percezione soggettiva di un pericolo: indeterminato nel caso dell’ansia (non si sa cosa ci rende ansiosi), specifico nel caso della paura (si ha sempre paura di un oggetto determinato). L’ansia è perciò un importante campanello d’allarme che segnala la presenza di una minaccia e prepara l’organismo alla messa in atto di strategie di sopravvivenza: ricognizione dell’ambiente, ricerca del possibile pericolo, predisposizione all’attacco o alla fuga. Alla sensazione ansiosa si accompagnano diversi fenomeni neurovegetativi come tachicardia, aumento della sudorazione, secchezza delle fauci, vertigini, mancanza di respiro ecc., che segnalano come il corpo si stia preparando alla massima erogazione di energia possibile per mantenere lo stato di allerta e proteggersi dal rischio.
Tutti sappiamo che un po’ d’ansia migliora le nostre prestazioni ed è funzionale al compito da svolgere: durante un esame, ad esempio, dove è a rischio la nostra autostima, un livello adeguato di tensione favorisce notevolmente la performance.
Per diagnosticare un “disturbo d’ansia”, al contrario, è necessario che le reazioni emotive e fisiologiche appaiano ingiustificate o siano talmente sproporzionate rispetto alla situazione concreta da ostacolare anziché ottimizzare le capacità di azione dell’individuo.

Un disturbo d’ansia non trattato può produrre una condizione altamente invalidante per l’individuo, ostacolando lo svolgimento dei compiti più semplici e routinari dell’esistenza, come guidare l’auto, entrare nell’ascensore o in un supermercato, uscire da solo o addirittura lasciare la propria abitazione.

I disturbi d’ansia più comuni

Disturbo d’ansia generalizzato: costante stato di apprensione, preoccupazione eccessiva di fronte alle più normali circostanze, tendenza ad anticipare eventi catastrofici; è spesso accompagnato da irrequietezza, difficoltà di concentrazione, senso di affaticamento, insonnia, tensione muscolare o altri sintomi somatici come sudorazione, vampate, tachicardia.

Fobia specifica: paura estrema ed immotivata verso oggetti o attività specifiche, come topi, ragni, serpenti, aghi, oppure volare, guidare ecc. In particolare, la dismorfofobia rappresenta l’orrore di fronte a parti del proprio corpo che vengono percepite come deformi e disgustose.

Fobia sociale: paura di rendersi ridicoli davanti agli altri e quindi di essere giudicati, criticati, umiliati; paura che siano visibili i segni del proprio imbarazzo come rossore, balbuzie, tremolio delle mani e della voce ecc.

Chi soffre di fobie è del tutto consapevole dell’irrazionalità del suo sentimento, eppure non riesce a liberarsene. L’unica strategia che trova per difendersi è quella di evitare la sorgente del disagio, per es. nel caso della fobia sociale tenendosi lontano dai luoghi pubblici o da situazioni in cui è chiamato a parlare in prima persona. Tuttavia, le manovre di evitamento anziché alleviare il sintomo ansioso finiscono per intensificarlo, rinforzando la paura di non riuscire a far fronte all’oggetto o alla situazione temuta.

Agorafobia: paura di trovarsi in luoghi in cui non esiste una via di fuga, dove in caso di pericolo non si può essere soccorsi o dove potrebbe insorgere un forte attacco d’ansia, per es. ascensori, supermercati, luoghi affollati, aerei ecc. Spesso il disturbo sopraggiunge in seguito ad un attacco di panico. Le manovre di evitamento possono essere così drastiche da impedire all’individuo anche di uscire o di restare da solo in casa, procurando un danno relazionale e lavorativo tra i più rilevanti.

Attacchi di panico: paura intensa e improvvisa in un momento inaspettato, accompagnata da forti sintomi somatici quali sudorazione, vampate, tremore, palpitazioni, soffocamento, dolore al petto, vertigini, paura di morire o di impazzire. L’esperienza di un attacco di panico è tra le più terribili e destabilizzanti, tanto da generare in chi l’ha sperimentata il terrore che essa possa verificarsi di nuovo. La paura di avere un attacco di panico è una forma di paura di secondo grado, una “paura della paura”, che accresce ulteriormente lo stato ansioso e può spingere il soggetto a manovre di evitamento così estreme ed invalidanti da indurlo alla perdita di ogni autonomia (vedi Agorafobia).

Cos’è e come si cura l’ansia?

L’ansia in quanto tale non va curata, perché è un normale fenomeno psichico con l’importante funzione di segnalare la presenza di un pericolo e di aiutare l’organismo ad affrontarlo con il massimo delle risorse disponibili. Diverso è il caso di un “disturbo d’ansia”, quando l’allarme fisiologico scatta in un modo che appare del tutto irrazionale, compromettendo anziché ottimizzando le capacità di reazione del soggetto. In tal caso è necessario intervenire con un opportuno intervento di cura.

Se le reazioni ansiose sono molto intense, può essere consigliabile rivolgersi innanzitutto ad uno psichiatra per ricevere un’adeguata terapia farmacologica. Soprattutto nel caso di attacchi di panico, infatti, è importante intervenire direttamente sul sintomo sia per evitare che il fenomeno ripetendosi si cronicizzi, sia perché la “paura della paura” (l’anticipazione ansiosa dell’eventualità che si verifichi un nuovo attacco) accresce ancora di più il disagio della persona fino a comprometterne in modo significativo l’autonomia. Quando l’eccitazione ansiosa è rientrata entro la soglia di tolleranza del soggetto, così che questi possa muoversi abbastanza liberamente e abbia riconquistato uno spazio mentale sufficiente alla riflessione, è possibile intraprendere un trattamento psicoterapico.

Dal punto di vista della Psicoterapia psicoanalitica l’attivazione incontrollata del segnale d’allarme che caratterizza i disturbi d’ansia è solo in apparenza un fenomeno irrazionale. Infatti, anche se all’allerta fisiologica non corrisponde alcun pericolo visibile e concreto, ciò non significa che manchi ogni motivo perché il soggetto si senta così spaventato. Sappiamo che reazione ansiose possono accompagnare momenti critici del ciclo di vita, come l’uscita dal nucleo familiare per iniziare una vita autonoma, o la perdita dello status di studente, o la fine dell’attività lavorativa. Oppure può trattarsi di un senso di strettoia e di soffocamento legato al modo in cui il soggetto costruisce il proprio mondo affettivo e relazionale, per es. rinunciando ad ogni spazio di iniziativa personale; o, ancora, può essere la paura di perdere i legami, di essere rifiutato o abbandonato, di sentirsi solo e perso. Da questa prospettiva, si vede come l’allarme in realtà non fallisca il suo compito e di fatto continui ad essere al servizio della persona, segnalando che c’è qualcosa di importante da capire e affrontare se si vuole avere una vita meno angusta e insoddisfacente.
Nel caso delle fobie specifiche, il problema inconscio alla base del disturbo d’ansia viene spostato su un oggetto specifico (aghi, ragni, uccelli ecc.) che poi il soggetto tenta in ogni modo di evitare; nel caso dell’ansia generalizzata ciò non avviene e la preoccupazione resta priva di oggetto, volatile e quasi onnipresente. In entrambi i casi, la persona ansiosa non sa cosa davvero la spaventa.

La Psicoterapia psicoanalitica offre la possibilità di esplorare, in un ambiente relazionale protetto, i motivi personali che suscitano i sintomi ansiosi promuovendo una nuova e più profonda comprensione di sé. Su questa base, sarà possibile per il soggetto riconfigurare il proprio mondo in modo tale che in esso non ci sia più nulla di così allarmante che l’organismo sia continuamente costretto a segnalare.

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