Dissociazione e molteplicità del Sé

Moonlight, 1919

 

 

downloadLa diagnosi di Personalità multipla, che nella nomenclatura psichiatrica corrente ritorna come Disturbo dissociativo dell’Identità, è stata per lungo tempo una diagnosi-moda in grado di far presa non soltanto sugli “addetti ai lavori”, ma di catturare l’attenzione e affascinare l’immaginazione di un pubblico vastissimo: pensiamo, ad esempio, al famoso Psycho di Hitchcock, all’inquilino del terzo piano di Polanski, o al più recente Fight Club di David Fincher. Anche la letteratura si è da sempre occupata di personaggi sdoppiati, perseguitati dalla propria controfigura o dalla propria ombra maligna: dal dott. Jekyll e Mr Hyde di Stevenson, al Sosia di Dostoevskij o agli Elisir del diavolo di Hoffman.

Dissociazione normale

L’immaginario collettivo e le sue varie forme espressive hanno amplificato e reso spettacolare un particolare fenomeno denominato attività dissociativa e appartenente al normale funzionamento della mente umana. La dissociazione è quel meccanismo che ci consente, attraverso processi auto ipnotici, di porre delle cesure nella continuità della nostra esperienza, saltando agevolmente da un ruolo all’altro e da una situazione all’altra della vita. E’ grazie alla dissociazione che ci è possibile gettare un’ombra sul ruolo appena abbandonato per calarci del tutto in un altro, immedesimandoci completamente e godendo in maniera vivida dell’esperienza in corso.

Tutti noi avvertiamo di essere diversi quando ci troviamo a casa, al lavoro, con i nostri amici, oppure durante una transazione in banca o in un litigio con un’automobilista. Eppure questa diversità di personaggi e di possibilità relazionali non ci disturba, sentiamo comunque che, da qualche parte, pur in tutta questa diversità, siamo sempre qualcosa come “noi stessi”.

Portando all’estremo questa teoria della mente, alcuni autori hanno ipotizzato che la percezione unitaria di sé sia soltanto un’illusione funzionale alla nostra sopravvivenza. In quest’ipotesi, la mente sarebbe abitata solo da una molteplicità fluttuante di stati, da un continuo andirivieni di personaggi che emergono per poi ritrarsi di nuovo sullo sfondo.

Personalmente preferirei non spingermi così oltre. Trovo più convincente immaginare la mente come un organismo mosso da forze opposte: quelle centrifughe della dissociazione, garanti del senso della propria molteplicità, e quelle centripete dell’integrazione, custodi del nostro senso di identità e di intima coerenza.

In questa dialettica tra essere-uno ed essere-molti, la sensazione di equilibrio e di salute psichica sembra derivare dalla fluttuazione armonica (non traumatica) tra i nostri diversi stati, ovvero dalla capacità di mantenere un senso interno di coerenza anche in presenza di stati emotivi dissonanti e di tollerabili paradossi simbolici. Quando le forze centripete e centrifughe della mente fanno bene il loro gioco, è possibile tenere insieme l’immagine del “genitore che mi punisce” e del “genitore che mi vuole bene” come facce dissonanti dello stesso genitore, oppure l’immagine di me arrabbiato e di me che cerco vicinanza come aspetti diversi di un unico me.

Dissociazione patologica

Eppure la dissociazione, da normale funzione, sotto certe condizioni può trasformarsi in un dispositivo funesto, che frantuma il senso di identità personale e interrompe con brusche cesure il fluido scorrere dell’esperienza. Ciò avviene quando nel corso dello sviluppo il soggetto è sottoposto ad esperienze relazionali troppo contrastanti tra loro per essere contenute in un unico stato di coscienza, come il “genitore che mi vuole bene” e il “genitore che mi sottopone a torture ed abusi”.

Quando il dolore è troppo forte, quando i ruoli agiti o subiti sono troppo discordanti, la mente rinuncia alla propria capacità di sintesi e separa le rappresentazioni in contrasto con una barriera di oblio, rendendo impossibile ogni comunicazione tra di esse. In questo modo l’identità si scinde in stati della mente reciprocamente dissociati: il sé che ama ed è amato non sa nulla del sé che soccombe al genitore che lo tortura, e viceversa. Dal momento in cui ogni connessione si è interrotta, i vari stati del sé vivono isolati l’uno dall’altro, come realtà assolute e inconciliabili. In questo caso, la persona fa fatica a mantenere un senso unitario di sé nelle molteplici interazioni con gli altri, come pure ad assumere prospettive diverse su un unico accadimento. Tende, invece, a collocarsi solo nello stato del sé attualmente presente e a percepire l’esperienza immediata come l’unica verità possibile, vivendo ogni punto di vista alternativo come un attacco personale. In un altro momento, calata in un’altra relazione, possiamo vedere con sorpresa la stessa persona parlare ed agire in un modo opposto al primo, totalmente dimentica di “chi” era nel ruolo precedente.

Segregare stati della mente inconciliabili in unità temporali distinte (lasciando emergere ora l’uno ora l’altro) è solo uno dei modi in cui agisce il meccanismo dissociativo, quello che forse ha solleticato di più l’immaginario collettivo. Ma la dissociazione agisce in una molteplicità di modi. Alcuni stati sono così radicalmente separati da ogni contatto con le capacità simboliche e trasformative della mente che possono emergere solo come azioni discontrollate e coatte (per es. in un attacco bulimico, nell’orgia del gioco d’azzardo), oppure sono immagazzinati nel corpo, dove permangono in uno stato primitivo. L’espressione, il gesto, il ritmo della voce ecc. possono tradire la presenza di uno di questi personaggi reietti, espulso dalla vita cosciente e relegato in una esistenza solo somatica.

Ciò che è dissociato dalla coscienza e per definizione non può essere pensato né verbalizzato, di solito viene messo in scena in un copione fisso che il soggetto recita senza rendersene conto e che il più delle volte termina con un fallimento relazionale. La parte dissociata, manifestandosi in questo modo, conferma sé stessa e il dramma da cui ha avuto origine.

Infine, gli stati dissociati hanno un accesso privilegiato durante il sonno, nei sogni.

Il trattamento psicoanalitico dei disturbi dissociativi

Scopo della terapia psicoanalitica è dare spazio a tutti gli aspetti non riconosciuti e dissociati del sé, mettendoli in comunicazione tra loro per stabilire una reciproca coerenza e favorire un’armonica fluttuazione di essi nell’unità dinamica della mente. Ciò può avvenire solo all’interno di una relazione umana non traumatica, in un territorio avvertito come sicuro. L’attitudine autoriflessiva e l’attenzione agli stati dissociati, favorisce l’emergere di essi all’interno della relazione analitica, dove le drammaturgie inconsce e i fallimenti relazionali del paziente possono essere ripetuti, questa volta alla ricerca di un nuovo “finale”.

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